Tunnel 49 (2021)

 

 

Un rumore grave e profondo avvolge l’incipit del romanzo di Paolo De Angelis: è lo stridio di un treno o forse di un cuore malridotto. Muller, il protagonista, parte per un viaggio fisico e metafisico tra flussi di coscienza, giochi crudeli e fragili certezze. Il lettore si trova imbrigliato tra trame fitte che lo portano ad esplorare la fallibilità dell’uomo, dei suoi ideali e a fare i conti con l’illusione e la disillusione. Muller è un moderno Mattia Pascal che prova a guardare oltre il suo cielo di carta, a giocare la partita decisiva tra sentimenti atroci e voglia di riscatto. Attraverserà frammenti di vita vissuta e aspirazioni, si inabisserà per poi venir fuori dal fango con balzi trionfanti. In un’alternanza di ordinare circostanze ed eventi singolari, Muller proverà a comprendere qual è il suo posto nel mondo. In filigrana, l’amore, illumina le pagine della tribolata vita del protagonista. Un connubio delicato unisce l’amore ai registri più scuri della vita. Questo filo sottile permette anche alle vicende più drammatiche e tragiche di sublimare in una visione possibilistica, in una realtà alternativa. La trama scorre scarna, essenziale, come una sceneggiatura, con sbocchi finali a sorpresa. Come Caronte, così Paolo De Angelis, ci traghetta verso una presa di coscienza diversa da quella che avevamo importanza. Nulla è ciò che appare, o forse sì… (Veronica Napolitano)

 

 

 

 

La prefazione di Veronica Napolitano, editor per la Morphema Edizioni, presenta il romanzo in maniera puntuale.

Da parte mia posso dire che Tunnel 49 nasce dal desiderio, troppo a lungo ignorato, di scrivere un classico plausibile e di intenso vissuto umano.

In un certo senso sono stato come combattuto nella stesura di questo romanzo. Tunnel 49 vede la luce durante il Lockdown del 2020, causa pandemia di COVID-19, e quindi mi sono trovato nella complessa posizione di scrivere una storia fortemente incastonata in un periodo storico in particolare, mentre io ero totalmente avvolto dal mio presente. Capita (è prassi) che lo scrittore si debba estraniare dall’immanente e durante un evento storico così d’impatto sulle vite di tutti com’è stata l’epidemia, può succedere che questo presente, in qualche modo, si insinui nel tempo del racconto.

In questo senso è molto importante nella lettura di Tunnel 49 sospendere il giudizio sulle parti contrapposte, lasciandosi invece coinvolgere dallo smarrimento degli uomini di fronte a strategie più grandi di loro.

Nella puntata di Terzo Millennio del 20 aprile 2021 condotta da Andrea Fragasso, alla quale partecipo come ospite, ho spiegato molto bene questo concetto: il romanzo parla delle vittime collaterali, di tutte quelle vite spente o distrutte mentre si faceva la storia.

Un altro tema di importanza cruciale in Tunnel 49 è l’annichilimento dinanzi alla spietata e soverchiante autorità statale. Ho voluto mettere un occhio di bue sulla repressione, che sa esprimersi in forme sempre differenti e difficilmente riconoscibili, soprattutto dall’uomo contemporaneo ai fatti. In Tunnel 49, come in ogni pagina della storia la repressione politica non ha mai una sola bandiera, anzi sa manifestarsi in uniformi talora diametralmente opposte; ora a viso aperto, ora dietro la maschera di una finta ideologia.

Il fatto storico resta comunque una parte fondamentale del romanzo. Si descrivono i passaggi storici che hanno preceduto e determinato la Guerra Fredda.

La storia travolge i personaggi e non ci sono né eroi, né antieroi, ci sono solo dei disperati, pedine ignare del grande gioco dei poteri.

Per il resto, come in ogni mio romanzo resta centrale l’elemento umano.

Tunnel 49 parla anche di amicizia, parla di persone e di individualità.

La scelta, come in altri mie lavori, resta l’eterno confine e quando lo si supera senza che la scelta sia compiuta, in un modo o nell’altro, si è persi in una landa di desideri inespressi, frustrazione o peggio, sonno vigile.

Esiste una conflittualità nei personaggi di Tunnel 49, divisi tra la fede cieca in un’idea preconfezionata e il bisogno di comprendere il proprio intimo desiderio.

Questo è un messaggio importante di Tunnel 49: ricordare che, al di là della scelte che facciamo, l’importante è ricordare che esiste sempre la possibilità di scegliere.

Questo discorso, come molti altri circa i temi del romanzo sono stati affrontati durante un interessante incontro con Marlene-Loredana Filoni nel programma Rosso Marlene da lei condotto su Why Not Tv.

«C’è qualcosa di te, nel tuo romanzo?» 

Forse c’è molto di tutti noi nel mio romanzo. I miei personaggi sono tutti alla ricerca di qualcosa.

qualcosa in cui credere, qualcuno per cui vivere

 

la storia dietro al romanzo

Il romanzo, benché frutto di fantasia, cita e si fonda su elementi storici reali, come reali sono gli stessi riferimenti a dipartimenti di polizia, servizi segreti e taluni personaggi riferiti nelle conversazioni dei protagonisti. Anche per le località degli eventi, compresi svariati indirizzi urbani di ministeri o comandi militari, sono state usate le informazioni ufficiali dell’epoca. La vicenda prende le mosse dalla notte di Natale del 1944, quando a Bastogne gli alleati superarono l’ultima barriera che li separava da Berlino. Successivamente viene citato l’episodio nei pressi del fiume Elba dove, per la prima e unica volta, alleati occidentali e armata sovietica si incontrarono su un fronte comune. Dopo lo scontro a fuoco con le truppe tedesche venne organizzato un pranzo cui parteciparono e si mescolarono alleati e sovietici. Un breve paragrafo si svolge in una New York del dicembre 1963 dove, tra telefilm e musica leggera dell’epoca, aleggia lo sgomento per il recente assassinio del presidente Kennedy. E veniamo alla vicenda centrale. L’azione è ambientata a Berlino nel 1963-64, primi anni del ‘muro’. Quell’anno, in occasione delle festività natalizie, il governo della DDR autorizzò gli abitanti della Germania orientale a invitare per qualche giorno i familiari residenti a ovest. Gli eventi che il lettore incontrerà sono realmente accaduti, non specificamente […], quanto il labirinto di intrighi e rivalità tra le Intelligence opposte e quelle interne tra i servizi dello stesso schieramento. Viene descritta la competizione tra la STASI tedesco orientale e i servizi sovietici, e la profonda rivalità tra il KGB e il GRU, il servizio segreto militare istituito da Lenin. I rapporti tra le due organizzazioni superavano la medesima concorrenza presente negli USA tra CIA e FBI. Stessa cosa era presente a Ovest, dove il servizio segreto inglese MI6, ex SIS, si trovava a collaborare con la CIA, ex OSS. Tra le due agenzie la rivalità era già venuta al nodo quando Alan Turing decifrò Enigma; in quella occasione, e non solo, i servizi inglesi non informarono gli alleati, che peraltro avevano i loro fantasmi nell’armadio. Viene anche citato Kim Philby. Questi rappresentò un gravissimo scandalo per lo spionaggio anglosassone. Già nei primi anni ’50 alcuni agenti del SIS defezionarono in URSS dopo anni di doppio gioco. Guy Burgess e Donald MacLean erano due di questi agenti doppi al soldo del NKVD e poi del KGB. Il loro capo ufficio nel Regno Unito,Kim Philby, era coinvolto nel medesimo caso, e i servizi americani ne avevano esposto i dubbi ai colleghi del Regno Unito. Abilmente lo stesso Kilby depistò il controspionaggio inglese rimanendo al suo posto nel MI6 fino al 1963, quando defezionò in Unione Sovietica. Successivamente e per molti anni Richard ‘Kim’ Philby fu stimato istruttore delle spie sovietiche e alla sua morte gli venne dedicato un francobollo commemorativo.

 

 

 

La sottile nebbia si andava addensando e lui stava passeggiando distratto nella zona tra Friedrichstrasse e Zimmerstrasse. Un fantasma gli si parò davanti. Con la mano scheletrica gli frugò in petto stringendogli il cuore. Istintivamente si guardò intorno alla ricerca di una via di fuga. Ma non c’erano Marek né Danny boy a coprirlo, tanto meno Bouchard pronto a soccorrerlo. Alcuni militari americani in assetto da combattimento fumavano a lato di una guardiola. Erano posizionati tra due carri Sherman a difendere quell’avamposto; dall’altra parte altrettanti soldati tedesco orientali e tre T34 russi con le insegne della DDR bloccavano l’accesso a quello che era stato il settore sovietico. Aveva letto, eccome, e visto foto sì, ma non era pronto a quello. Rimase in silenzio, impietrito, mentre lo raggiungeva il ricordo di corpi smembrati coperti di mattoni e fango, bambini che urlavano disperati e quell’odore, l’odore dei cadaveri che si decomponevano sotto le macerie. Si riparò nell’oscurità tra gli edifici più alti e da lì continuò cercando di vincere il panico, che lo aveva investito.