Legittima offesa 2018

LEGITTIMA OFFESA 2018

 

Due palazzi, molte famiglie. Passate ferite e drammi attuali.
Sotto il manto della rispettabilità si annidano pregiudizi e debolezze morali.
Ai piani alti ci si barrica in un paradiso illusorio, nel sotterraneo disperati e clandestini sopravvivono in un inferno civile.
Vite che marciano su binari paralleli, spesso si intrecciano, talvolta entrano in collisione. Qualcuno assiste ricordando il proprio martirio. Ogni epoca ha il suo olocausto.
La storia sembra non insegnare, come una fiera chiede la sia carne sanguinante.
Anche nella nebbia più fitta però c’è sempre una strada.

Il destino può essere scelto.

 

 

 

 

La polizia trova un uomo assassinato e un ferito grave in uno scantinato, regolari e irregolari.

Oltre a loro un nigeriano morto per cause naturali che in mano ha un oggetto.
Gli abitanti italiani dello stabile di fronte commentano sarcastici e inferociti.
La vecchia signora Eva nella sua ingravescente demenza passa le ore alla finestra e sembra l’unica a conoscere le storie che si sono presentate ai suoi occhi.

Una famiglia pakistana abita nella prima parte del sottoscala. Il padre lavora in una frutteria e la moglie casalinga cerca di crescere i suoi figli: la minore ( Marikha) e la più grande (Fatima) secondo la tradizione. Il figlio maggiore, Saif, vive di espedienti e come scagnozzo del proprietario dello stabile; insieme a Robert, il ragazzo romeno del secondo piano, recuperano crediti per conto del padrone italiano presso i clandestini e altri affittuari assiepati nelle cantine.

Ci sono quattro siriani, profughi e reduci della guerra, ciascuno con i suoi segreti e paure; nessuno si fida degli altri, e ciascuno porta un fardello che, tuttavia, verrà inesorabilmente alla luce.

Una giovane famiglia afgana arriva dopo un lungo drammatico viaggio. Una coppia e un bambino che sembra l’unico testimone lucido e teneramente consapevole della tragedia vissuta. Nella sua innocente trasparenza ricorda le traversie, la morte in mare di sua sorella, e il bisogno di credere nel domani. Ha con se solo un soldatino a cavallo, unico giocattolo rimasto a farlo sognare.

E’ questo bambino a fare amicizia con l’ultimo abitante del sotterraneo. Un vecchio nigeriano, malato e stanco, che cerca di raccogliere elemosine da inviare ai cari nella sua terra.

I due appartenenti a due epoche e mondi tanto lontani riescono a condividere intimamente la dura realtà ed entrare in una intimità spirituale che li legherà fino al’estremo commiato.

Altre vicende di inquilini si intrecciano con quelle dei protagonisti principali, perlopiù persone contrarie agli immigrati; anime a loro volta sottomesse a regole sociali inique che si arrangiano con
raccomandazioni, scorciatoie e illeciti atti ad aggirare gli ostacoli di una burocrazia lenta.

La signora Eva è una ex deportata ad Aushwitz poco più che bambina. Ha visto morire altri bambini, la madre e il fratello. Le cose che vede alla finestra le ricordano momenti di prigionia e confonde il presente col passato. Misha, un nome che talvolta implora commossa, è il soldato russo che le darà da mangiare alla liberazione del campo tedesco ( finale del romanzo). IMPORTANTE: lei da piccola era stata dapprima affidata a un’altra famiglia, per sfuggire dai rastrellamenti, ma poi era stata presa lo stesso e ritrova i parenti in campo di concentramento.

Robert, il ragazzo romeno si pente di vivere di espedienti con Saif e cerca più volte Fatima, perché è innamorato. Anche lei lo è, in segreto, ma non lo vuole ammettere, non vuole confondersi con altri spiantati come il fratello e soprattutto non può tradire le usanze della sua terra, quindi lo rifiuta offesa. Robert, sfiduciato dal rifiuto, avvilito per la sua condizione e quella della sua famiglia, affronta Saif, il fratello di Fatima, e si prepara ad andarsene al nord per un lavoro onesto. Rivede Fatima, le chiede di sposarlo e andare via con lui. Lei rifiuta e lo abbandona straziata, ma dopo ripensamenti e altri eventi alla fine fuggono insieme sotto lo sguardo della signora Eva.

I 4 siriani litigano: 1 torna a combattere per difendere la terra curda. 2 scappa per difendersi dallo sfregiato che lo vuole uccidere. 3 lo sfregiato viene scoperto ( è un mercenario che si fingeva soldato)e uccide 4 il ‘sergente’. Poi lo sfregiato lotta con Saif, il ragazzo pakistano, e sta per sopraffarlo quando arriva il padre ( di Saif , Fatima e della piccola Marikha).
Il padre viene pugnalato, e mentre lo sfregiato scappa, lui convince il figlio a scappare per non essere arrestato e/o riportato in Pakistan.

Intanto il nigeriano morente dona i risparmi alla famiglia afgana che parte. IL BAMBINO prima di lasciarlo gli regala il soldatino( l’unica cosa che possiede) sperando gli faccia compagnia e lo accompagni poi da loro se guarisce. Mentre vanno via succede la rissa e la signora pakistana, Adila, spaventata per il marito morente e il figlio Saif che fugge, si rende conto che faranno una brutta fine. AFFIDA LA PICCOLA Marikha all’altra famiglia che ha ancora i documenti della figlioletta morta in mare. 
Quando questi se ne vanno vengono visti dalla signora Eva, che ha capito che la bambina è affidata alla nuova famiglia come era successo a lei, e grida disperata che la rivedranno solo quando sarà troppo tardi.

La polizia interviene e trovano anche il cadavere sorridente del nigeriano che ancora stringe in mano il soldatino a cavallo

 

 

 

 

 

 

 

 

A seguire la recensione del Prof. Antonino Cusumano, dell’Università degli Studi di Palermo, intervenuto all’evento di lancio del libro, presso La Feltrinelli, via Appia Nuova, 427, Roma, il 28 Maggio 2018, sotto il patrocinio di Amnesty International ed in collaborazione con AracneTv.

    A segnare contro ogni resistenza e opposizione un processo – lento ma ineludibile – di penetrazione e di integrazione degli immigrati nelle società e nelle culture europee è senza dubbio quella produzione narrativa che, non senza qualche approssimazione, abbiamo imparato a chiamare “letteratura della migrazione”, con autori stranieri di prima o seconda generazione che nel testimoniare in scrittura le proprie esperienze gettano il loro sguardo sul nostro mondo e sui nostri modi di abitarlo, e ci aiutano a scoprire ciò che siamo, al di là e spesso a dispetto di ciò che diciamo di essere. Una rifrazione ottica che nello specchio autobiografico dice di noi molto di più di quel che racconta di loro. Un prezioso contributo alla faticosa opera di decostruzione di certe rappresentazioni etnocentriche e postcoloniali.

Alla medesima categoria della letteratura della migrazione occorre tuttavia annettere anche le narrazioni degli scrittori europei che incrociano il loro sguardo con quello dei migranti stranieri e ne raccontano senza ideologie, senza esotismi e senza pietismi le concrete vicende, convertite e confluite nelle trame dell’immaginario. Differenti registri linguistici si sovrappongono e si contaminano nelle strategie retoriche della scrittura: lo scandaglio etnografico e la introspezione narrativa, l’attenzione per il rilevamento documentario e la sapiente tessitura dei ritmi descrittivi e dialogici. Un gioco di sconfinamenti tra il reale e il possibile, tra il dato empiricamente osservato e l’invenzione della vita raccontata, tra la parola come segno e la parola come metafora. Un incessante e incerto pendolarismo tra il particolare e l’universale.

Su questo sottile crinale si muove lo scrittore che raccoglie le voci dei migranti per restituirne le storie, in una sorta di colloquio ermeneutico tra l’autore e le persone che incarnano i suoi personaggi, uomini e donne coi loro vissuti personali, non astratte figure di lontane culture ma concreti profili di soggetti con le loro debolezze e le loro speranze. Dentro questa dimensione narrativa e ai confini tra verità e verosimiglianza, tra documentazione storica ed elaborazione di storie, tra cronaca e racconto, si iscrive questo libro di Paolo De Angelis, che già nel titolo sembra voler rovesciare l’aspettativa e la prospettiva convenzionali, scompaginando e disarticolando i punti di vista che sulla medesima, cupa e angusta realtà assumono i diversi personaggi. Interpreti esemplari della profonda crisi collettiva dell’abitare e del convivere che sta attraversando il nostro Paese, i protagonisti rappresentano vicende, atteggiamenti e sentimenti riconducibili alle dinamiche urbane della quotidianità, agli umori e al senso comune della complessa società contemporanea.

Al centro di tutta la narrazione è la relazione spaziale, lo spazio metafora del potere e della condizione umana, dei rapporti tra chi è dentro e chi è fuori, tra i salvati e i sommersi, tra i penultimi e gli ultimi. Sappiamo che al processo di contrazione del mondo si accompagna la ridefinizione delle distanze fisiche, dei confini reali e simbolici, dei perimetri di azione e di gestione fino alla formazione dei ghetti e delle enclave. Esperienze e pratiche sociali dipendono, in tutta evidenza, anche dalla natura dei luoghi, dalla qualità degli alloggi. La convivenza è sempre una sfida che si gioca nella negoziazione delle frontiere fra gli spazi e i tempi per sè e quelli destinati alla socialità, all’incontro con l’altro, allo scambio. Da qui tensioni e conflitti nell’organizzazione e nell’egemonia territoriale dei contesti urbani dove, a livello locale dei quartieri, coabitano sempre più spesso soggetti e gruppi di culture diverse, con una significativa eterogeneità di costumi, di mentalità, di stili e modelli di vita.

Non c’è luce in quel «sordido sottoscala», nel seminterrato di quel palazzo dove tutto si svolge e si consuma. Nei piani abitano le famiglie italiane con i loro affanni, le loro contraddizioni, le piccole virtù e le grandi miserie morali. Un’umanità frustrata, impaurita, incattivita. Ma basta scendere pochi gradini per precipitare in una sorta di asfissiante discarica, nell’inferno di «cunicoli chiamati corridoi», dove una pallida e fluttuante lampadina ricorda a Zhara «quell’oscillazione altalenante, perpetua e minacciosa» dell’onda alta del mare durante la traversata. Nel tanfo e nella penombra di quello spazio ristretto, dentro ambienti simili a piccole celle, profughi pakistani, afgani e siriani, uomini, donne, adolescenti e bambini, nonché un anziano e malato nigeriano, convivono faticosamente condividendo diffidenze e progetti, clandestinità e destini.

«Qui non c’è posto per tutti» dice Adila alla coppia di afgani appena arrivati, ripetendo parole e disprezzo a difesa di uno spazio di cui si è egoisticamente gelosi e su cui si innalzano muri per confini. In questa frase, che sembra accompagnare come un nervo scoperto tutto il racconto di De Angelis, – a guardar bene – c’è qualcosa dello spirito pubblico e dello stato d’animo del nostro Paese: lo spazio come terra e suolo da proteggere, sangue e appartenenza da rivendicare. All’ombra del disagio economico e dell’incertezza identitaria è cresciuta infatti l’estrema e rovinosa polarizzazione noi/loro, che la letteratura, quando è testimonianza ed epifania dell’umano, sa restituirci come in uno specchio,  un’immagine riflessa che ci aiuta a guardarci vivere, a conoscere meglio chi siamo o cosa stiamo diventando.

Così nel groviglio condominiale, ove la vita è fatta di stenti e di soprusi, di segrete aspirazioni e di violente repressioni, di rassegnazioni e di ribellioni, di esasperati e istintuali individualismi, i migranti, con la loro presenza ingombrante e imbarazzante, il fardello delle loro storie difficili e lontane, l’oscurità delle loro lingue e dei loro dèi, mettono in crisi le nostre categorie mentali e comportamentali, gettano nel caos l’ordine delle nostre abitudini, ci costringono a ragionare sui nostri modi di vivere e di pensare, sul senso di ciò che facciamo, dei gesti che compiamo, delle parole che diciamo, delle identità che agitiamo. A fronte del percorso esistenziale di ciascuno degli stranieri, che al di là delle diverse etnie sono riconoscibili nella condivisione di un’umanità precaria alla ricerca di un qualche riscatto, il nostro sguardo su di loro appare appannato da paure e pregiudizi, impigrito da inerzie e sospetti, che impediscono di vedere, di avvicinarsi e di capire.

Da un lato, Fatima, la giovane pakistana, che spezza i lacci della cieca obbedienza all’autorità familiare, sfida il potere opprimente delle tradizioni per guadagnare libertà e autonomia: «quell’esodo aveva avuto il torto di rivelare quanto fosse immenso l’orizzonte e quante vie si potessero intraprendere seguendo la propria ispirazione». Non è senza significato che si trova a suo agio soltanto tra i chioschi del mercato, luogo elettivo delle contaminazioni e delle commistioni culturali: «lì non era la figlia o la sorella di qualcuno, semplicemente Fatima», una ragazza che pensava fosse «troppo breve l’adolescenza, se vissuta nel nomadismo, e troppo cupa la libertà se consumata in un sottoscala».

Dall’altro lato, i De Santis e i tanti inquilini come lui, che tra paternalismi e razzismi non riescono ad accogliere, a comprendere, ad accettare l’altro, il diverso. E se alcuni chiedono «che sgombrino quell’immondezzaio là sotto», altri sfruttano col pizzo e con l’affitto quei  rifugiati nei miserabili tuguri dei seminterrati. In mezzo, i bambini che s’incontrano e giocano nel cortile, inventandosi un destino diverso da quello dei vinti a cui sembrano essere verghianamente rassegnati gli esuli, per i quali – confessa Adila – «non bastano i documenti e le buone intenzioni: siamo stranieri».

Nel racconto costruito da Paolo De Angelis c’è però un’altra protagonista che occupa la scena fin dalla prima pagina e la sua voce  – dagli accenti allucinati e visionari – attraversa le vicende in contrappunto, il suo sguardo sulla vita degli altri dietro i vetri della finestra sembra incarnare memoria e profezia, la storia del terribile passato e quella che scorre nell’inconsapevolezza del presente. Eva è una vecchia signora che apparentemente confonde il presente col passato, l’esperienza vissuta nel campo di concentramento ad Aushwitz – i  rastrellamenti, le peripezie, la fame e le violenze – con le vicissitudini dei profughi, le loro traversìe e gli espedienti per sopravvivere, le vite sequestrate nella clandestinità, le privazioni dei bambini. «Perché i bambini? Perché tutto questo?» si chiede, mettendo insieme immagini di uno spazio e di un tempo diversi, in un toccante flashback narrativo. La sua ingravescente demenza è paradossalmente la chiave di lettura più lucida ed efficace per capire quanto oggi ci sta accadendo, non solo davanti a noi ma soprattutto dentro di noi.

Nell’abisso dei ricordi in cui è precipitata, Eva ritrova le ombre lunghe e cupe della sua infanzia, il dolore di «ferite che mai si sarebbero cicatrizzate». E il trauma della sua memoria si scioglie e si rende indistinguibile da quello dei migranti inseguiti dalla morte, sfuggiti alle guerre, sopravvissuti ai naufragi, tormentati dai rimorsi. «Figli tolti dai giacigli e trascinati in terre martoriate, mine sotterrate appena sotto i loro piedini e altre bombe che scendevano dal cielo». L’insostenibile peso dei ricordi conserva nelle orecchie di Hassan il fragore dei bombardamenti scoppiati nel conflitto fratricida in Siria, dove aveva visto morire i suoi genitori senza essere capace di scegliere un fronte e lottare. «Se ne era andato da quel paese con la pusillanime scusa di procurare soldi da inviare all’altra sorella e alla sua numerosa famiglia, ma il dilemma lo assillava ogni giorno che apriva gli occhi in quel nuovo territorio». Per Adila resta sordo e incancellabile il rumore dell’acqua che nella burrascosa traversata  ha rapito la figlia, tragicamente scivolata tra i flutti «In certi momenti la luna usciva dalle nuvole e allora: terrore. La luce faceva brillare la schiuma tutto intorno sopra le onde. Erano così alte che allora sembravano bocche, grandi bocche pronte a ingoiarci in ogni istante; muri che precipitavano addosso a noi per schiacciarci e solo all’ultimo minuto si ritiravano. Scaraventati qua e là avevamo tanta paura e preferivamo che tornasse il buio, almeno non avremmo visto più niente».

Nel tempo capovolto che abitiamo, dove si fa la guerra a uomini, donne e bambini che fuggono dalle guerre, solo gli occhi stanchi e dolenti di Eva riescono a vedere le deportazioni che si nascondono nelle migrazioni forzate, il genocidio dei desaparecidos inghiottiti dal mare, le vittime della più grande tragedia umanitaria dal dopoguerra ad oggi. Presentificando il dramma storico dell’Olocausto simbolicamente rivissuto nella tratta dei profughi organizzata dagli aguzzini di oggi,  siano essi scafisti, tagliagola, sfruttatori o estortori, la vecchia signora, che «dalla finestra della sua camera al primo piano assiste ogni giorno a quel’interminabile romanzo che è la vita degli altri, di tutti gli altri», vede al di là delle nebbie e dei fumi lo scandalo della Storia e ripete le domande che porranno i nostri figli quando domani ci chiederanno che cosa abbiamo fatto quando tutto questo accadeva.

Conclusa la lettura e chiuso il libro di Paolo De Angelis restiamo avviluppati nel greve pallore delle giornate fredde e grigie che hanno scandito il racconto, stretti nell’umidità delle piogge incessanti di un eterno autunno. Ci resta  l’odore acre di luoghi nascosti e spazi inospitali, gremiti di voci e privi di luce. Ci lascia infine – unica illuminazione nell’alba della liberazione del campo tedesco – il gesto pietoso di Misha, il soldato russo che offrì del pane alla piccola Eva sopravvissuta a stento alla fame. Usciamo dal fondo buio dei corridoi del sottoscala con questa immagine, in dissolvenza temporale ma non in dissonanza concettuale, che nell’epilogo del racconto ha il valore di un auspicio, di un monito, di una speranza.

Elio Vittorini distingueva i libri in due categorie: quelli che, leggendoli, fanno pensare “ecco, è proprio vero”, danno cioè la conferma di “come” in genere sia nella vita. E quelli che fanno pensare “perdìo, non avevo mai supposto che potesse essere così!” e rivelano cioè un nuovo particolare “come” sia nella vita. Legittima offesa solleva epifanicamente il velo su un un’umanità che abbiamo condannato e confinato nei seminterrati delle periferie, su una realtà che ci è vicina e non riusciamo o non vogliamo vedere, su quegli «alveari ronzanti», di cui ha scritto Domenico Quirico, evocando la insistita e dissimulata presenza di quanto di impercettibile e di invisibile e pure irresistibile la Storia sta preparando per noi, oltre di noi, per le generazioni che verranno, il mondo di domani.

 

Antonino Cusumano

 

Un ringraziamento particolare ad AracneTv che ha documentato la presentazione del 28 Maggio 2018, presso La Feltrinelli, via Appia Nuova, 427, Roma.
Foto e video dell’evento disponibili su AracneTv.

* Errata corrige video: riferimento errato al Prof. De Angelis dell’ Università La Sapienza di Roma, anzichè medico specialista in psicoterapia.

Nulla oltre la notte 2017

NULLA OLTRE LA NOTTE 2017

“A tutti quelli che non ci sono più”

 

La pistola d’ordinanza in mano per farla finita. Nell’altra stanza la madre morente: ultimo personaggio di una famiglia disgraziata.
Una vita inutile al servizio di falsi ideali. Emarginato da colleghi e amici perché omosessuale e tradito da quello che riteneva il suo unico affetto sicuro.
La vicenda spionistica è solo un palcoscenico dove va in scena il dramma di un uomo che si sente inutile e solo. Gli eventi lo costringono a sopravvivere facendogli scoprire una realtà nuova. Molte creature, viventi e non, personaggi reali e anime dell’aldilà svelano il suo vero nemico: se stesso.
La rinuncia alla vita è solo la negazione dei sentimenti, l’ostinata ribellione ai legami affettivi. Ma saranno proprio questi a salvarlo quando la morte sembrerà l’inevitabile conclusione di un’esistenza vissuta nell’ombra.

Recensione sul magazine di belle notizie al seguente link

lacaravellaeditrice.it

 

 

Dal nulla più distante un ammasso di tenebre si addensò e parve galoppare verso di lui.

Un mostro indefinito si avvicinava …L’essere solcava la notte … l’impatto era prossimo quando la massa prese a ridefinirsi con lentezza spettrale

“ Loro ti hanno puntato … ce l’hanno con te. Stai attento”

… anche quando gli sembrava di aver trovato la corretta consecutio temporum e tentava di fissarla,

ecco che i pezzi del mosaico esplodevano… tutto tornava nel caos

Una luce squarciò i suoi pensieri e uno spiraglio di verità irruppe nella sua mente …

Per quella maledetta sera era stata ordinata una esecuzione

… avrebbe spalancato quei vetri che lo separavano da tanta vitalità …
Un’esaltazione animalesca di conquista lo inebriava … stava lasciando
alle spalle tutto il suo mondo diretto verso l’esterno della galassia: un viaggio disperato e incognito

L’ombra s’incupì e tutt’intorno il silenzio divenne una cappa soffocante …

Ancora una volta. No, non era così. Dio, no!
L’implacabile falce veniva a celebrare l’unica regola dell’esistenza

Una cena per due 2015

UNA CENA PER DUE 2015

Albania anni ’70. Detenuti di un carcere politico attendono l’interrogatorio che potrebbe porre fine alla loro esistenza.

Sarajevo ai nostri giorni. Una donna è alla ricerca di elementi che la riconducano alla sua famiglia di origine.

Un uomo si aggira nella frenetica ossessione di trovare qualcosa che non conosce. Ma cerca anche lei.

Un sacerdote e un poliziotto si trovano catapultati in una vicenda oscura e inquietante.

In un drammatico itinerario tra Sarajevo nella Bosnia sfregiata dal recente conflitto e l’Albania degli anni ’70 dilaniata dagli artigli di un regime totalitario. Un viaggio lungo una vita tra il passato e il presente. Vite di innocenti che si incontrano e si intersecano tra disperazione e violenza. Alcune si interrompono altre si trascinano ferite e mutilate.

Il buio e la pioggia unico scenario comune. Poi il sangue.

Ai protagonisti non resta che scavare nella propria anima. Affrontare il passato e saldarne il conto.

La verità ha molte facce. L’esito non sempre è quello desiderato; e il prezzo da pagare può essere la vita stessa.

lacaravellaeditrice.it

 

 

 

 

La ragazza sporse il capo dal portone della scuola di musica e scrutò il buio della sera a verificare l’entità della pioggia.

… La seguiva da quando aveva lasciato l’albergo e, se non fosse stato per la decisione che aveva dovuto prendere, ora si sarebbe rintanato volentieri a scolarsi un buon bicchiere, anche due.
… Quando una pattuglia in auto lo aveva affiancato era stato quasi per cedere alla tentazione di gettare il coltello che impugnava nella tasca destra e scappare.
… Lei prestando una distratta attenzione alle vetrine parlava al microfono del cellulare; lui l’aveva vista indossare la sottile cuffia bianca e ora poteva ascoltare …
… cominciava ad aver freddo e aveva anche fretta.

Non poteva rischiare … la donna non doveva assolutamente incontrare più nessuno.

“Mi deve spiegare cosa pensava di ricavare incontrando la Dronig” …

“Io volevo, anzi speravo, che potesse avere elementi, ricordi, contatti con i quali rintracciare qualcuno dei miei familiari”…

“E perché allora non ne ha parlato prima lasciando a me il compito di fare indagini? …

Lo capisce che due persone sono morte e se non scopriamo chi è stato e perché la sua stessa vita potrebbe essere in pericolo?”

Era lacerata dal dolore e dalla paura …

Entrata nella stanza il fascio di luce la guidò verso la sagoma disegnata sul pavimento …

Un leggero rumore, ritmico e continuo, la fece sussultare …

Ora sentiva nitidi i passi di qualcuno …

Un fiore tra le pietre 2014

UN FIORE TRA LE PIETRE 2014

Questo libro nasce da un’esperienza in Guatemala a fianco di una équipe sanitaria. Intorno a un minuscolo villaggio, abitano creature disperate e bisognose. Le storie raccontate sono vere come vere sono state le loro sorti. Anche se in chiave di romanzo, si narrano le drammatiche vicende di queste persone. I fatti si intrecciano e si confondono, come le loro aspirazioni e le loro contraddizioni. Tormenti di un paese dove la sopravvivenza, specialmente per donne e bambini, si svolge tuttora in condizioni drammatiche. Alla povertà si associa l’ignoranza e una mentalità machista e violenta. Brutalità e sopraffazioni, compravendita di bambini per adozioni illegali o sequestri per traffico clandestino di organi. Solo chi ha fede nella propria illuminazione, nel desiderio di cambiare ed evolversi, riesce a salvarsi. Spesso però pagando con sofferenza estrema.

L’autore ha deciso di donare il suo bel romanzo alle bambine, ai bambini e ai giovani di strada della capitale del Guatemala, organizzati in un movimento autogestito di amicizia: “il Mojoca”. E, come per altre iniziative simili, i proventi della diffusione di questa prima straordinaria edizione saranno investiti nei progetti che specificamente Amistrada sostiene in Guatemala in favore di quel gruppo autocostituitosi per emergere dall’inferno della strada.

 

 

Prefazione:

Sono stato un mese in Guatemala, come medico volontario in una zona rurale dell’est del paese. Io dormo ovunque. Può essere lo Sheraton o un tavolaccio da convento. Io dormo lo stesso. Anche sui mezzi di locomozione: traghetti, treni, corriere, autobus, o furgoni improvvisati al trasporto passeggeri. Le corriere sono le mie preferite. Il rumore costante e spesso fragoroso dei motori diesel è l’ideale per ovattare tutto ciò che vive e si muove intorno a te, e cullarti velocemente in un meraviglioso limbo senza sogni e senza preoccupazioni.

Sì, è vero. È un po’ come uno scacciapensieri, uno spaventapasseri, un Autan che non si spruzza né si spalma. Ci sei dentro al sicuro da qualsiasi programma o impegno: tanto se ne riparlerà quando finisce e ci si ferma. E non ti dà nemmeno la sensazione vagamente claustrofobica delle zanzariere. Penso che dovrebbero inventare un pullman speciale da portarsi appresso quando si viaggia in missione. Tu la sera lo metti in moto, magari con lo scappamento fuori della finestra, e ti fai una dormita di quelle che svieni appena appoggi la testa sul cuscino.

In aereo no. Non m’è mai riuscito, e benché lo usi da decenni ormai, e sempre con lo stesso entusiasmo di un bambino, non c’è verso di appisolarsi per una pennichella, meno che mai per un sonno ristoratore.

In questo viaggio verso il Guatemala, fino a Madrid il volo era stato sufficientemente vario e divertente come sempre. Da lì in poi la traversata fu interminabilmente noiosa e, nonostante i film e gli snack, in virtù dell’antica emozione per il volo, di dormire neanche a pensarci.

A dire il vero il viaggio era iniziato molti mesi prima, quando avevo deciso di rivivere il mio vecchio amore per il volontariato, e avevo contattato una onlus che portava avanti dei progetti in Centroamerica.

Altre volte mi era capitato di avvertire netta la sensazione che quel bivio, quel semaforo, erano lì ad aspettarmi da tanto tempo, e che la direzione che stavo prendendo era quella giusta. Ti può capitare che nel corso degli anni percepisci una spinta verso qualcosa di indistinto che ti chiama. E capita poi che ti spingi a fare varie esperienze, li chiamo ‘i miei giri fuori porta’, senza però percepire una profonda certezza che la strada davanti a te sia quella giusta. Ma quando questa arriva, allora non hai dubbi: quella e non altre è la ‘tua’ strada.

Era successo la prima volta a quindici anni quando ero entrato in croce rossa come volontario. Un fermento forte e appassionato che mi protendeva verso gli altri e dentro la mia anima.

Poi la scelta di diventare medico. Le due distinte pratiche specialistiche, la prima come odontoiatra, poi la psicoterapia, e la definitiva svolta, prima esistenziale poi professionale. Scelte sempre difficili, a volte dolorose.

Ma ecco che, nella presunta maturità, quando pensiamo di aver trovato risposte e stabilito i confini del nostro ‘esserci’, si era presentata questa intuizione a spingermi di nuovo avanti e, contemporaneamente, ancora una volta verso la mia essenza.

E così me ne stavo in un aereo dell’Iberia diretto a Città del Guatemala, dove avrei trovato qualcuno ad aspettarmi, per portarmi da qualche parte verso est, vicino al confine, in qualche paesino che ancora non era segnato su molte carte geografiche. Dove sarei stato alloggiato da qualcuno, e avrei fatto il medico per qualcun’altro che veniva da qualche lontana parte sulle montagne intorno.

C’è tanta, ma tanta gente che lo fa. Tanti giovani e meno giovani che silenziosamente e con umiltà fanno i loro giri fuori porta: alcuni per incontrare il loro destino, altri perché lo hanno trovato. Capita a volte di incontrare poca umiltà e molta presunzione o arroganza, ma il motore che gira è sempre quello migliore.

E, insieme a questa moltitudine di viaggiatori, migliaia di altre persone, senza muoversi dalle loro case, collaborano a rendere vicino tutto ciò che è lontano, e proprio le difficoltà e la disperazione di altre migliaia, ovunque si trovino.

Non avevo scelto una destinazione facile e spesso già nei primi giorni m’era parso che fosse stato il luogo a scegliere me. Mi ero documentato come potevo sulla cultura e le abitudini locali. Soprattutto i problemi.

E qualcosa di particolare mi aveva colpito persino in aereo. Due giovani donne, vedendo il quotidiano che leggevo, mi avevano chiesto da dove venissi e dove stavo andando. Senza particolare enfasi ero rimasto nel vago. Eppure dai loro commenti e dal modo di rivolgersi a me avevo notato una gentilezza riverente, inusuale per la mia cultura. Escluso che potessi essere di alcun interesse estetico per loro, o che potesse venirmi attribuita una importanza che non avevo, rimaneva l’attenzione ossequiosa e un interesse davvero premuroso, quasi reverenziale, che sulle prime mi aveva anche messo in imbarazzo. L’episodio era stato archiviato ma non cancellato.

La persona con cui feci le quattro ore e passa di strada fino a destinazione si prodigò a illustrarmi i valori popolari, ruspanti ma caldi, di quelle terre lontane. Un medico, anche lui impegnato politicamente per il progresso del paese. Nel tragitto ci fermammo per una birra in un bar che esponeva il laconico divieto di accesso con armi. Il mio compagno apostrofò la cosa spiegandola come una usanza locale. Il buon padre, se benestante, regala personalmente la prima pistola al figlio. Nel bar c’erano solo uomini ovvio, ma mentre mi dissetavo avevo preso a sbirciare la notizia in prima pagina di un quotidiano della provincia. Un ennesimo rapimento di minori. Nessun commento da lui, se non una digressione sulle aberrazioni cui poteva condurre la povertà e l’ignoranza, l’atteggiamento machista degli uomini, la remissività dolorosa delle donne e la rabbia generale delle classi più umili. Vite disperate che si perdevano nella promiscuità delinquenziale, fin dove non sempre era chiaro il confine tra il carnefice e la vittima.

Il lavoro di tutti i giorni non era molto, e io avevo molto tempo per gironzolare tra la gente in quelle stradine assolate dove non piove mai. Ma proprio mai. Mi guardavo intorno curiosando tra quelle casupole e i mercatini. Soprattutto la gente. Se all’interno della piccola missione spiccava di nuovo l’atteggiamento deferente, quasi servile, del personale femminile, specie le inservienti, a riprova di un costume ben radicato, osservando gli uomini molti tasselli si aggiungevano a comporre il grottesco puzzle. C’era una netta distinzione tra la gente comune e i benestanti che procedevano a testa alta, vagamente sprezzanti come conquistadores. Altri parlottavano tra loro sulla necessità di un governo forte e inesorabile contro gli oppositori. Nessuno dava confidenza, e mai li ho visti rivolgersi a chi fosse di una classe inferiore, né degnare di uno sguardo donne o bambini, che anzi si tenevano alla larga. Qualcuno ostentava una pistola automatica al fianco, come la sciabola da cavaliere. Poi c’erano individui, come li ho descritti tra le pagine, che evidentemente vivevano ai margini e oltre della legge. Qui l’ostentazione delle armi, grosse ma vetuste, era un monito piuttosto che un blasone. Giravano spavaldi e indaffarati, come avessero un impegno perennemente urgente. Quindi la moltitudine di contadini e abitanti delle alture. Con le loro casacche bianche e i leggeri pantaloni, giravano muniti del lungo machete tradizionale legato alla cintura, o fissato in vita con uno spago. Le donne infine, dimesse e frettolose, si affaccendavano alla spesa e parevano evitare di soffermarsi troppo davanti alle bancarelle. Bambini quasi niente in giro e mai soli.

Ovunque manifesti politici dalle parole infiammate e battagliere, e in nessun posto l’ombra di un poliziotto o gendarme.

Niente librerie o giornalai. Solo rari quotidiani di qualche giorno prima, che ristagnavano in ambulatorio dimenticati o usati per asciugare macchie sui pavimenti.

Lì si scriveva il seguito di quanto avveniva per strada. Scippi e furti all’ordine del giorno. Se la polizia non arrivava in tempo, succedeva che i malviventi fornissero alla popolazione inferocita ed esasperata l’occasione di sfogare tutta la rabbia in drammatici linciaggi.

Poi c’erano le violenze domestiche sulle donne e le aggressioni, spesso mortali, a quelle madri sospettate di aver simulato un rapimento e venduto invece i figli, Capitava così che qualche marito si fingesse ignaro e facesse giustizia sommaria della consorte salvando la faccia e la pelle.

Ma tutti i giorni si parlava di ‘quel’ rapimento. Se ne parlava e si ricordavano episodi precedenti finiti male o peggio. Si aggiornava l’opinione pubblica sulle ricerche e di nuovo sulle misure adottate per difendere i sospettati dalla furia della gente. Camion di gendarmi piantonavano le abitazioni di chi veniva associato al reato, e tutto intorno il macabro fantasma dell’incerto destino riservato alla creatura. Le adozioni illegali o il traffico clandestino di organi. Tutto organizzato, pagato e diretto verso i ‘paesi civilizzati’, a nord e a est.

Ogni giorno, in ogni luogo, si commentava sulla sorte della piccola vittima e le notizie arrivavano come a scandire i miei giorni in quella terra. Una volta, durante il giro per rifornimenti alimentari della missione, tempo ne avevo, sono incappato in un paesino arido e arroventato. Anche lì povertà e desolazione. Una sola piazzetta, capolinea dei rari bus, e un largo viale di basse case male in arnese. Un piccolo cimitero disadorno con i sepolcri caratteristici, basse strutture quadrangolari a malapena intonacate. E una miriade di casupole sparse disordinatamente intorno come papaveri in un campo. Solo durante il tragitto di ritorno seppi che quello era il villaggio dell’ultima vittima.

E così fino all’ultimo giorno quella triste storia mi ha seguito e ossessionato. Giorno e notte. L’ho sognata e l’ho ritrovata ovunque, tutti i giorni, in ogni pagina, in ogni luogo, in ogni conversazione.

E durante tutti questi anni mi ha continuato a seguire, triste e tenera, e sussurrare insistente all’orecchio. Perché? Cosa vuoi? Cosa posso fare per te? Mi sono trovato più volte a chiederle.

Solo quando ho deciso di prendere la penna e raccontare questi eventi ho sentito di nuovo l’emozione trascinante della ‘via giusta’. Le parole, prima incerte e affollate, sono sgorgate in un impeto travolgente come se non aspettassero che il mio consenso e tramite.

E non solo la storia di povere anime private del bene supremo, ma la storia di un popolo un tempo vinto e dominato, che ancora stenta a sorgere. La storia di una inesauribile disperazione che annienta ogni valore e affetto.

Il pianto muto di chi soffre e sa che non ci sarà nessuno ad ascoltare.

Vorrei appartenere a quelle migliaia di persone che anche stando a casa riescono ad ascoltare le parole disperate gridate da tanto lontano.

 Roma, 8 ottobre 2014